Il traduttese

Il processo mentale che da un testo nella cultura emittente producesse un testo nella cultura ricevente, senza attraversare una fase intermedia di trasformazione in materiale mentale poi riconvertito e riverbalizzato, non sarebbe traduzione testuale, ma creerebbe un prodotto di scarto di cui a volte si percepiscono le tracce in quello che viene chiamato “traduttese”.

Do it like a bandaid: one motion, right off! itsover
Rapido come un cerotto, uno strappo e via, perché faccia meno male. Non saprei dire quante volte l’ho sentito. Un personaggio consiglia a un altro di affrontare l’imminente situazione dolorosa come se fosse un cerotto da strappare. Si tratta di un concetto ormai diffusissimo, riproposto spesso con disinvoltura, come se facesse parte delle metafore a cui la nostra cultura ricorre da sempre. In realtà, se spegniamo la tv, se smettiamo di leggere libri di autori stranieri, se non giochiamo ai videogiochi, questa espressione in italiano non è mai esistita. Certo, anche in Italia esistono i cerotti, ma nel nostro immaginario non c’era mai stato spazio per un cerotto che, se strappato con un’unica mossa decisa, avrebbe simboleggiato il modo migliore per affrontare vicende dolorose e separazioni sofferte. Per esprimere un concetto similissimo, tanto simile da poter essere, in sede di traduzione, tranquillamente sovrapponibile all’originale, in Italia abbiamo sempre detto Via il dente, via il dolore. Ma credo che presto non lo ricorderà più nessuno.

Lo chiamano traduttese, o doppiaggese, ed è quel linguaggio che i miei colleghi (e mi chiamo fuori non per superiorità, ma perché non ho una carriera sufficientemente lunga alle spalle da permettermi di essere responsabile) hanno creato nell’importare prodotti stranieri, letteratura, cinema, videogiochi, fumetti, serie televisive… Ho sempre pensato che il traduttese nascesse da scelte pigre, da una scarsa riflessione, dalla fretta forse, ma soprattutto dall’errata convinzione che l’immersione nella cultura straniera di cui il traduttore si nutre quotidianamente sia una caratteristica comune a tutti i suoi compatrioti, che tutti conoscano gli usi e i costumi altrui e che, quindi, a conti fatti, la traduzione sia un passaggio obbligato e un po’ inutile, una trasmissione, una corrispondenza di parole, più che di contenuti. Perché se io conosco la cultura e i modi di dire degli Stati Uniti (che useremo come esempio solo perché più grande esportatore mondiale di prodotti di intrattenimento), una traduzione letterale a volte mi sarà sufficiente. Magari non sarà una soluzione elegante, ma mi basterà a capire. Il problema è che spesso non è così. Il pubblico italiano è estremamente eterogeneo, e nell’individuazione del target dell’adattamento di un telefilm che va in onda in prima serata non si può trascurare la grossa fetta di pubblico che giustamente si aspetta una traduzione ben fatta perché non conosce l’inglese. In realtà, il processo è ancora più complesso, perché, come accennavo qualche riga fa, la continua evoluzione delle lingue è un vantaggio pericoloso. Fino a quando alcune espressioni tipiche del traduttese resteranno innaturali? Dopo tanti anni in cui per dirsi addio John e Jane saranno sbrigativi, come se dovessero strapparsi un cerotto, persino la sessantenne zia Elisa avrà smesso di farsi domande su cosa vuol dire quella espressione e su quanto sia strana in italiano. Zia Elisa in tv non si aspetta più di trovare l’italiano: lei guarda i film in doppiaggese.
Per i giovani, il processo sarà ancor meno doloroso all’apparenza, ma ben più deleterio: fin dai tempi di Non è mai troppo tardi, l’italiano medio impara a parlare la propria lingua attraverso la fruizione dei programmi televisivi. Visti in quest’ottica, il traduttese e, soprattutto, il doppiaggese sono armi pericolose: insegnano e dettano la norma, importano frasi da divo di hollywood e metafore nuove, che ci entrano in testa senza passare dal via, senza passare dal bagaglio di cultura che ci portiamo dietro. Dal nulla all’ovvio in poco più che un paio di film.
Rapido come un cerotto, appunto.


Cfr. Osimo B., Manuale del traduttore: guida pratica con glossario, Hoepli, 2004: 95.

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2 pensieri su “Il traduttese

    • Me li hanno chiesti in tanti. Magari approfondiremo l’argomento con vari post di esempi, parlando specificatamente di un film, un libro, una serie tv…
      Però posso scriverne uno diffusissimo che mi dà davvero fastidio: la traduzione di “Yes, I did”. Se in inglese, questa formula rappresenta una banale risposta affermativa molto cortese, o una costruzione che sottolinea la risposta affermativa che si vorrebbe dare, la traduzione in doppiaggese è spesso il letterale: “Sì, l’ho fatto”, molto poco italiano e completamente privo del cortese “Sì, certo” o del rafforzativo “Ebbene, sì”, le prime soluzioni che mi vengono in mente in un attimo, senza neanche il bisogno di arrovellarmici.

      P.S. Onoratissima, Dottornomade! 😉

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