Voglio essere un ninja

Tradurre non è come lo immaginate. Chiudete gli occhi e magari vedrete una donna con i capelli arruffati, che sbuca appena con i suoi occhiali, nascosta dietro quattro dizionari, un monitor e quelle dieci tazze sporche sulla scrivania. No, non ci siamo. Cioè, sì, in realtà c’è anche tutto questo, ma non solo. Voi non vedete dentro! In realtà quella donna sta vivendo una pericolosa avventura fatta di ponti di legno che traballano sui dirupi; di dittatori da spodestare; di ometti piccolissimi da rimettere al mondo; di intere isole conquistate un granello di sabbia alla volta. Non c’entra la trama: è l’equilibrio fra le parole a significare avventura; le sfumature di una lingua che parla di colori che non abbiamo; la complessitàtranslators_ninjas di concetti semplicissimi; tutti quei giochi di parole che la notte la tengono sveglia, come i pezzi di una mappa del tesoro da riordinare… E poi, in aggiunta a tutte queste prove difficilissime, c’è l’aspirazione all’abilità massima, la più difficile: l’invisibilità. I libri del traduttore invisibile sembrano nati spontaneamente in libreria, senza notti in bianco, senza conflitti, senza bozze bagnate di sudore e caffè. Sembrano shuriken che sfrecciano nel buio, fra le foglie della foresta, lanciati da un ninja che nessuno vede e che lavora nell’ombra.
Si parla tanto (anche se non abbastanza) dell’importanza del ruolo del traduttore e della necessità di sensibilizzare il pubblico alla sua presenza e al suo lavoro, e sarebbe un grave errore se, in questo senso, auspicassi la nostra invisibilità, ma ciò a cui mi riferisco è tutt’altro. Questo è un mestiere parecchio ingrato, perché il fruitore si accorge di avere davanti una traduzione solo quando questa contiene un errore che interrompe la sua sospensione dell’incredulità e lo riporta alla realtà. Non c’è spazio, nell’immaginario collettivo, per il bravo traduttore, e non perché il pubblico sia irriconoscente, ma perché nessuno nota la presenza della traduzione, se questa è ben fatta. Il traduttore sa che la sua è una missione senza onori e senza gloria: leggendo una buona traduzione, spesso si tessono le lodi dell’autore per il suo romanzo “ben scritto” e si dimentica che c’è stato un altro passaggio nel mezzo. Il traduttore bravo è quello che muove i fili nell’ombra, che trova soluzioni brillanti a problemi di cui il lettore non si accorgerà mai.
Chiudete gli occhi e ripensateci: forse quella donna con gli occhiali e la tuta, circondata da libri e tazzine sporche, in realtà è un ninja.

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4 pensieri su “Voglio essere un ninja

  1. Mi viene in mente un parallelo interessante: nel teatro occidentale, il bravo attore pure deve essere un ninja. Tendiamo ad apprezzare gli attori che si calano nei personaggi e ci danno l’impressione di essere loro, nascondendoci la finzione scenica. Lo stesso non si può dire per il teatro Kabuki, dove è invece l’esaltazione del gesto teatrale e interpretativo che fa l’attore grande: si è lì per applaudire il momento in cui l’autore rivelerà, con autorità e tecnica, quello che sta facendo per portare alla vita la scena che interpreta.
    Mi chiedo se ci sarà mai posto per uno stile di traduzione del genere.

    • Hai ragione, questo parallelo è molto interessante. Purtroppo conosco veramente poco del teatro Kabuki (anche se mi incuriosisce tantissimo e vorrei saperne di più) e non posso permettermi di commentare in maniera più profonda ciò che scrivi. L’unica cosa che so è “Shibaraku!”.
      Riguardo al nostro campo, credo che, in un certo senso, ci siano già dei casi “eccellenti” fra i vari scrittori che si sono dedicati alla traduzione, esaltando il proprio gesto e il proprio stile, a scapito dell’autore dell’originale. Che ne dici? È un parallelismo azzeccato?

  2. Può essere. Quando il traduttore è di suo uno scrittore affermato è comprensibile che tenda a farlo. Calvino con Zazie nel metrò o Umberto Eco con Esercizi di stile, in effetti, hanno più che altro cercato di capire il meccanismo e usarlo per riscrivere il libro in italiano (Umberto Eco lo ha proprio detto, ha parlato di “capire il gioco e giocare allo stesso gioco”).

    • Conosco un collega che ha lavorato a lungo sull’invadente figura dello scrittore-traduttore, soprattutto per un particolare autore. Vorrei intervistarlo e approfondire, perciò ne riparleremo presto. 🙂
      Tra l’altro, sto leggendo proprio in questi giorni “Dire quasi la stessa cosa” di Eco. Davvero interessante.

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