Guida turistica per i mondi secondari

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Ogni traduttore ha il suo campo e i suoi generi preferiti, quelli in cui si sente più forte, quelli con cui ha lavorato di più, o quelli che da lettore leggerebbe più volentieri.
Passando da un post all’altro di questo blog, si potrebbe ipotizzare una certa propensione, nella traduttrice qui presente, alla letteratura fantasy. E sarebbe qualcosa in più di una banale ipotesi.
Io e il fantasy ci siamo conosciuti tardi; non mi voglio spacciare per una divoratrice di libri di questo genere, perché non lo sono stata. Da ragazzina, per esempio, ho letto molta più fantascienza, da Asimov a Matheson, passando per l’amatissimo Gibson.
Ci siamo conosciuti tardi, dicevo; è stata una  docente universitaria, che volle stupire la classe con un esame monografico su Tolkien, a presentarmi il genere che più di tutti sta arricchendo la mia vita professionale. Si è trattato di un amore nato con il tempo, con la lettura e lo studio. Quando mi sono sentita sufficientemente preparata come lettrice, ho iniziato a interrogarmi con gli occhi della (allora aspirante) professionista, e ho capito che tradurre fantasy non è facile. E lo dico a gran voce. Non lo era negli anni Settanta, quando iniziammo a importarlo dai Paesi anglofoni e, per motivi diversi, non lo è adesso che il pubblico italiano è così eterogeneo, composto da lettori preparatissimi e pronti a scagliarsi contro qualsiasi inesattezza, e da lettori che si avvicinano al genere per la prima volta e vorrebbero essere guidati.
Tradurre fantasy mi piace perché spessissimo sublima il processo di traduzione fino al suo ruolo più nobile e complesso: la trasmissione della cultura straniera. Non si tratta di una difficoltà legata solo al caso del fantasy, ma con questo genere in particolare, la varietà di lettori reali complica il lavoro del traduttore, che deve farsi intermediario fra l’universo secondario dell’autore, con il folklore al quale si ispira, e la cultura e le nozioni a disposizione del proprio lettore. Come parlare di un troll, di una banshee o di un coboldo a tutti i lettori contemporaneamente, senza annoiare chi conosce già queste creature immaginarie, e senza abbandonare nella confusione più totale chi invece non ha idea di che cosa siano? L’aspirazione massima è quella di donare al lettore della traduzione la stessa esperienza donata al lettore del testo originale, ma è evidente che spesso si parla di individui dal background culturale molto diverso.
Per essere pronti alla sfida, bisogna frugare e indagare nelle tradizioni, nel folklore, nella letteratura e nella cultura d’arrivo e di partenza: per me è sempre molto affascinante e ogni volta mi ritrovo rapita, viaggiatrice in un universo secondario che dovrò raccontare ai miei compatrioti meglio che potrò.
È un modo meraviglioso per viaggiare, per conoscere Paesi reali attraverso mondi immaginari, per scoprire culture diverse attraverso metafore fantastiche, mostri ed eroi. E come alla fine di ogni viaggio, il ritorno a casa, la traduzione, è un momento complesso e stimolante, un’occasione di confronto e di contatto anche con i propri lettori, che viaggeranno attraverso i nostri occhi e le nostre parole, come accompagnati da una guida in un mondo sconosciuto.

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translatorLo so. Sono stata assente un po’ troppo a lungo. Ma sto tornando, piena di notizie nuove nuove, vecchi aneddoti e vita vera nel mondo della traduzione. Per esempio: quanti traduttori si sono abbronzati questa estate? Io ci ho provato, ma il risultato migliore che ho ottenuto è stato un comico rosso aragosta. Come per dire che a volte anche la genetica sembra destinarti a una scrivania in penombra.

Restate nei paraggi. Potrei avere grandi cose da raccontare.