César Aira e la traduzione

«Essendo traduttore di professione, io non leggo mai traduzioni. Sono come quei produttori di salsicce che mangiano qualsiasi cosa tranne le salsicce, perché sanno come si fanno»

Leggere questa intervista a César Aira mi è costato caro. Quando leggo, così come nel resto del mio tempo e in tutte le mie interazioni sociali, mi piace capire in fretta se sono d’accordo o no con quello che si sta dicendo. In queste cose, non sono molto riflessiva, e gioco ancora un po’ troppo di pancia. Nell’intervista, Aira racconta il proprio punto di vista su questo mestiere, con trent’anni di carriera alle spalle. Cesar AiraE dice cose terribili, per le quali andrei sotto casa sua a scatenare una rissa, ma anche verità illuminanti con le quali non posso non essere d’accordo. È una sensazione insopportabile. Non riesco a scindere il desiderio di litigarci dalla voglia di scrivergli per parlare ancora.

Il fatto è che comprendo la posizione disincantata di chi, dopo trent’anni nel campo della traduzione e dell’editoria, guarda a questo mestiere con occhio cinico e dice che non “mangerebbe” mai quella roba. Dall’altra parte, però, non riesco a condividere questa posizione, perché resto idealista, convinta che per fare questo mestiere ci voglia tantissima passione e anche una buona dose di ottimismo; bisogna credere di poter compiere la propria missione, anche quando è oggettivamente impossibile che il risultato sia ciò che speriamo. La traduzione non è una scienza esatta, nella quale un cattivo risultato è solo colpa di un cattivo traduttore. Ma un punto di vista tanto critico credo aiuti solo a limitare gli sforzi, a non provare neanche a fare del proprio meglio.

César Aira, però, non è un qualsiasi traduttore sottopagato e frustrato, ma una mente eccezionale e preparatissima, che sul ruolo del traduttore ha riflettuto tanto. E ne dà una prova quando parla dell’individuazione dei valori importanti nella traduzione, con lo splendido esempio del limerick sull’uomo di Tobago.
Un ulteriore spunto interessantissimo è dato dalle sue riflessioni sull’incipit di Moby Dick, e su quanto una frase apparentemente così semplice possa diventare un vero tormento per il traduttore, che sa di avere il dovere di trasmettere tutti i valori contenuti in tanta, apparente, semplicità.
Durante la lettura, resto affascinata da così tanta arguzia, e ammiro molto chi ha avuto tempo e modo di dedicarsi a questo mestiere tanto a lungo da avere una tale preparazione. Quando però Aira arriva a dire che bisognerebbe leggere Shakespeare solo in inglese, io, che da bambina ho amato tanto intensamente Amleto nella sua traduzione di Cesare Vico Ludovici per Einaudi, non potendo di certo apprezzarla in lingua originale a otto anni, ho un sussulto, un accesso di ira che non riesco a controllare, perché sarebbe bello pretendere che tutti conoscano tutte le lingue alla perfezione, così bene da poterne apprezzare ogni sfumatura, ma il solo pensarci ci trasporta nel meraviglioso mondo delle utopie, in cui i traduttori sarebbero tristemente costretti a fare un altro mestiere, ma ogni giovedì pioverebbero ciambelle.

Gli spunti di riflessione e i temi su cui accapigliarsi sono moltissimi. Se vi piace la traduzione, se vi occupate di traduzione, se volete interessarvi alla traduzione, leggete l’articolo (a cura di Raul Schenardi) e poi tornate qui a litigare con me. Ho proprio bisogno di qualcuno con cui sfogarmi.

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Guida turistica per i mondi secondari

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Ogni traduttore ha il suo campo e i suoi generi preferiti, quelli in cui si sente più forte, quelli con cui ha lavorato di più, o quelli che da lettore leggerebbe più volentieri.
Passando da un post all’altro di questo blog, si potrebbe ipotizzare una certa propensione, nella traduttrice qui presente, alla letteratura fantasy. E sarebbe qualcosa in più di una banale ipotesi.
Io e il fantasy ci siamo conosciuti tardi; non mi voglio spacciare per una divoratrice di libri di questo genere, perché non lo sono stata. Da ragazzina, per esempio, ho letto molta più fantascienza, da Asimov a Matheson, passando per l’amatissimo Gibson.
Ci siamo conosciuti tardi, dicevo; è stata una  docente universitaria, che volle stupire la classe con un esame monografico su Tolkien, a presentarmi il genere che più di tutti sta arricchendo la mia vita professionale. Si è trattato di un amore nato con il tempo, con la lettura e lo studio. Quando mi sono sentita sufficientemente preparata come lettrice, ho iniziato a interrogarmi con gli occhi della (allora aspirante) professionista, e ho capito che tradurre fantasy non è facile. E lo dico a gran voce. Non lo era negli anni Settanta, quando iniziammo a importarlo dai Paesi anglofoni e, per motivi diversi, non lo è adesso che il pubblico italiano è così eterogeneo, composto da lettori preparatissimi e pronti a scagliarsi contro qualsiasi inesattezza, e da lettori che si avvicinano al genere per la prima volta e vorrebbero essere guidati.
Tradurre fantasy mi piace perché spessissimo sublima il processo di traduzione fino al suo ruolo più nobile e complesso: la trasmissione della cultura straniera. Non si tratta di una difficoltà legata solo al caso del fantasy, ma con questo genere in particolare, la varietà di lettori reali complica il lavoro del traduttore, che deve farsi intermediario fra l’universo secondario dell’autore, con il folklore al quale si ispira, e la cultura e le nozioni a disposizione del proprio lettore. Come parlare di un troll, di una banshee o di un coboldo a tutti i lettori contemporaneamente, senza annoiare chi conosce già queste creature immaginarie, e senza abbandonare nella confusione più totale chi invece non ha idea di che cosa siano? L’aspirazione massima è quella di donare al lettore della traduzione la stessa esperienza donata al lettore del testo originale, ma è evidente che spesso si parla di individui dal background culturale molto diverso.
Per essere pronti alla sfida, bisogna frugare e indagare nelle tradizioni, nel folklore, nella letteratura e nella cultura d’arrivo e di partenza: per me è sempre molto affascinante e ogni volta mi ritrovo rapita, viaggiatrice in un universo secondario che dovrò raccontare ai miei compatrioti meglio che potrò.
È un modo meraviglioso per viaggiare, per conoscere Paesi reali attraverso mondi immaginari, per scoprire culture diverse attraverso metafore fantastiche, mostri ed eroi. E come alla fine di ogni viaggio, il ritorno a casa, la traduzione, è un momento complesso e stimolante, un’occasione di confronto e di contatto anche con i propri lettori, che viaggeranno attraverso i nostri occhi e le nostre parole, come accompagnati da una guida in un mondo sconosciuto.

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translatorLo so. Sono stata assente un po’ troppo a lungo. Ma sto tornando, piena di notizie nuove nuove, vecchi aneddoti e vita vera nel mondo della traduzione. Per esempio: quanti traduttori si sono abbronzati questa estate? Io ci ho provato, ma il risultato migliore che ho ottenuto è stato un comico rosso aragosta. Come per dire che a volte anche la genetica sembra destinarti a una scrivania in penombra.

Restate nei paraggi. Potrei avere grandi cose da raccontare.

Traduzione come dissidenza

rivistaminimaSi tende a pensare alla traduzione come a un processo necessario per consentire la fruizione di opere straniere. E in effetti è così; ciò che spesso non si considera è la motivazione che rende necessario quel processo in un preciso contesto culturale e sociale. Ci sono moltissimi motivi diversi per cui un’opera può diventare interessante in un altro Paese, alcuni legati alle affinità culturali di un determinato momento storico, altri a meri fini commerciali e alle mode del momento, altri a processi ben più complessi e, a mio parere, interessanti.
La traduzione di un’opera può anche avvenire per scuotere il sistema letterario (o polisistema, come direbbe Itamar Even-Zohar) in cui il modello o il genere di quell’opera sono assenti oppure occupano una posizione troppo marginale. È un meccanismo interessante, perché parte da una spinta contraria a quella del mercato e del consenso facile, e dal desiderio di svecchiare e arricchire il proprio contesto culturale con qualcosa di nuovo. Si tratta quasi di una forma di ribellione ai canoni del momento, ed è sicuramente una scommessa coraggiosa, che ai giorni nostri in pochi sarebbero disposti a fare.
Per fortuna, ci sono stati tempi in cui rischiare e scommettere su importazioni dal futuro incerto era più comune; se così non fosse stato, non avremmo ricevuto tante delle contaminazioni straniere che nel corso dei secoli hanno arricchito il nostro bagaglio culturale.
Ci sono stati contesti storici in cui la scelta di importare modelli lontani dal canone ha rappresentato una forma di ribellione ideologica. È il caso, a mio parere straordinario e peculiare allo stesso tempo, di Il mortale immortale di Igino Ugo Tarchetti. Quando, nel XIX secolo, l’Europa e gli Stati Uniti avevano visto diffondersi la letteratura gotica e fantastica, per mano di maestri come Edgar Allan Poe e E.T.A. Hoffmann, l’Italia era rimasta completamente isolata e ignorava questo nuovo genere letterario. Tarchetti, personalità di spicco della Scapigliatura milanese, amava invece il romanzo gotico, e rifiutava le convenzioni sociali della borghesia italiana, culturalmente legata al Verismo. Per fare in modo che il fantastico irrompesse nel canone italiano, scardinandone le regole, Tarchetti decise di non limitarsi a pubblicare le proprie opere, ma di usare la traduzione come un ariete.mortal immortal Perciò, nel 1865, quattro anni prima della pubblicazione di Fosca (romanzo che consiglio caldamente a tutti gli amanti del fantastico, e anche a chi è solo curioso di scoprirlo), egli pubblica Il mortale immortale (dall’inglese) su Rivista minima. Ma è allora che il temperamento indisciplinato di Tarchetti si manifesta in una scelta enigmatica, perché lo scrittore segnala una provenienza inglese del testo, ma lo firma come proprio, nonostante sia una traduzione del racconto The Mortal Immortal di Mary Shelley. Nel 1868, su Emporio pittoresco, il racconto tradotto viene nuovamente pubblicato con un nuovo titolo, L’elixir dell’immortalità (imitazione dall’inglese), di nuovo senza alcun rimando all’autrice e, anzi, con un riferimento ancora meno sincero su quella che è la vera fonte dell’opera.

Al di là delle valutazioni di etica professionale che potrei fare in altra sede, il lavoro di Tarchetti è interessante perché consiste nell’appropriazione di un testo che sfida il canone di quel periodo, probabilmente nella speranza di importare e diffondere il nuovo genere in Italia, promuovendo così la produzione di letteratura fantastica. Lawrence Venuti, teorico e traduttore che ha studiato e tradotto i lavori di Tarchetti, definisce questa strategia con il termine dissidenza. Per Venuti, la traduzione di testi che sfidino il canone contemporaneo della cultura d’arrivo sono delle pratiche dissidenti, perché compiono una trasgressione dal canone che permette di rimodernare la cultura, inserendo al suo interno dei modelli etnodevianti e potenzialmente innovativi.

Purtroppo, le cose per Igino Ugo Tarchetti non sono andate come sperava, e il fantastico è rimasto un genere ad appannaggio quasi esclusivamente degli scrittori stranieri. Nonostante questo, la Scapigliatura ha prodotto dei romanzi e racconti eccellenti come il suddetto Fosca o Malombra di Antonio Fogazzaro, Un osso di morto e Uno spirito in un lampone dello stesso Tarchetti, e ha spinto tanti autori italiani a cimentarsi nel genere, da Calandra a Salgari, da Capuana a Papini, da Gozzano a D’Annunzio.


Cfr. L. Venuti, The translator’s invisibility, Londra, Routledge, 1995, capitolo 4: Dissidence

Blue Jasmine

Solo poco tempo fa, parlavo proprio qui del traduttese e del doppiaggese, e di quanto possano minare la fruizione delle opere cinematografiche e letterarie e lo stesso uso della lingua. Per fortuna, il mondo del doppiaggio e della traduzione non è fatto esclusivamente da individui incapaci e superficiali, ma anche da tantissimi professionisti preparati, che svolgono il proprio lavoro con competenza e dedizione. Quando posso, preferisco soffermarmi sugli esempi d’eccellenza, perché questo settore è spesso molto criticato per i propri errori e poco elogiato per le proprie soluzioni brillanti.

L’altro giorno ho potuto apprezzare l’interessante adattamento italiano del film Blue Jasmine di Woody Allen. Consiglio vivamente di vedere il film, in qualsiasi lingua preferiate, perché è davvero ben fatto: una trama semplice, ma narrata senza seguirne la scansione temporale, si dipana attorno alla straordinaria interpretazione di Cate Blanchett (per la quale l’Oscar 2013 è stato assolutamente meritato), sorretta da un’analisi lucidissima dei comportamenti, delle debolezze, degli errori che gli esseri umani commettono pur di essere felici.
Sebbene si tratti di fiction, Blue Jasmine disegna un quadro attento ed estremamente verosimile, nel quale è facile restare coinvolti fin dalle prime scene. La sospensione dell’incredulità, il coinvolgimento dello spettatore passano inevitabilmente anche dal linguaggio; in un’opera come questa, che trova i propri punti di forza nella verosimiglianza e nella lucida rappresentazione dei comportamenti umani, è importante che i dialoghi mantengano alto il livello di credibilità, attraverso un linguaggio fedele al parlato, che contenga la giusta dose di espressioni gergali e non scada mai nel doppiaggese, che lo renderebbe forzato e artefatto.
Questa volta sono stata felice di guardare il film nella sua versione doppiata in italiano: il lavoro di traduzione e adattamento di Elettra Caporello e il doppiaggio del team diretto da Maura Vespini, per Technicolor spa, sono realizzati ottimamente.
Non vorrei svelare nulla della trama, ma cercherò con qualche esempio di dimostrare l’attenzione dedicata alle scelte lessicali di questi dialoghi.

NORA:  What’s the matter? Your mind’s a million miles away.
JASMINE: Oh, I’m sorry. No, I… I just got a call from my sister, Ginger. Oh, God, she’s coming to New York for a week with her husband, Augie. He is a piece of work. I just… I don’t know, I guess I have to see them.

NORA: Che ti prende? Hai la mente a milioni di chilometri.
JASMINE: Oh, scusami. No, è che… Ho avuto una telefonata da mia sorella Ginger. Oh, Dio! Sta venendo a New York per una settimana col… col marito, Augie, che te lo raccomando, e non so… credo che li dovrò vedere purtroppo.

AUGIE: Boy, this is some place you got here. I mean, this is unreal.

AUGIE: Però! Alla faccia del posticino che avete qui! Voglio dire, è da non crederci!

CHILI: Hey, remember to tell her when she gets here, okay?
GINGER: Believe me, she won’t care. She is half out the door.

CHILI: Ehi, meglio se glielo dici quando torna, okay?
GINGER: Dammi retta, se ne frega. Se n’è già andata, in pratica.

Credo salti all’occhio subito qual è la dote fondamentale di questi dialoghi: sembrano veri. Siamo lontanissimi dal doppiaggese artefatto, dai calchi che ripropongono in italiano i modi di dire americani, dalle frasi troppo letterarie e ricercate per essere accettabili nella rappresentazione del linguaggio parlato.
Intuizioni come ‘alla faccia del posticino’ e ‘ te lo raccomando’ sono perfette riproduzioni del linguaggio gergale, ed è così che i dialoghi vengono pronunciati da individui tridimensionali, realistici, adatti allo stile di Blue Jasmine.

Ottenere questi risultati è possibile solo attraverso una profonda conoscenza di entrambe le lingue e le culture, e una costante attenzione ai messaggi e ai valori delle opere filmiche sulle quali si lavora. Elettra Caporello ha alle spalle una lunga e produttiva carriera, nella quale ha tradotto e adattato per l’Italia tutti i film di Woody Allen, a partire da La dea dell’amore del 1993. Si può dire, perciò, che ha giocato in casa, quando ha dovuto intraprendere la traduzione di Blue Jasmine, poiché già conosceva lo stile e l’umorismo unici del regista. Ciò non di meno, la sciatteria del doppiaggese non colpisce solo traduttori e adattatori in erba, o che ignorano il campo di gioco, perciò il lavoro puntuale di questa squadra merita un plauso e una segnalazione.
Mi piace moltissimo anche la scelta di lasciare intatto il titolo originale. La sola idea di un gelsomino blu sarebbe già abbastanza intrigante e immaginifica, ma c’è di più: il colore blu, nella cultura angloamericana, è spesso associato alla malinconia, alla tristezza, e quindi alla parabola discendente, al blu nel quale precipita la vita della protagonista. E poi c’è un velato riferimento a Blue Moon, la canzone che, nel corso di tutto il film (come si può vedere nel trailer), richiama alla memoria della protagonista la vita felice ormai lontana. Come in ogni traduzione, alcuni di questi significati verrano perduti e trascurati dalla maggior parte degli spettatori, ma è comunque giusto e piacevole mantenerli, dato che non disturbano e non confondono in alcun modo il pubblico italiano.
Rinnovo ancora una volta il mio invito a vedere il film: è giusto premiare i dialoghi italiani ben riusciti, e poi l’interpretazione magistrale di Cate Blanchett e l’acutissima sceneggiatura di Allen rendono Blue Jasmine un’opera imperdibile.

I Custodi della Notte

La proposta per la traduzione di Nightkeepers di Jessica Andersen mi arrivò a ridosso delle vacanze natalizie. Avevo consegnato da pochi giorni un altro romanzo, ed ero a pranzo fuori con mio padre, in un centro commerciale nel quale avremmo comprato un po’ di regali. E ricordo bene il momento in cui, seduti in macchina, mentre tornavamo a casa, abbiamo parlato per la prima volta di questo progetto che stava iniziando e che mi avrebbe impegnata per quasi tutta la prima metà del nuovo anno. È stata una traduzione lunga e stimolante e, anche se ormai è passato un anno dalla data d’uscita della versione italiana, non dimentico ciò che ho appreso da questo lavoro. la-fiamma-della-passione-andersen-leggereditore-280x404Tradurre Nightkeepers presentava difficoltà di vario genere; prima di tutto, la gestione della complicata coesistenza fra questo urban fantasy dall’ambientazione molto originale e il suo lato romance carico di passione. Come già accennavo parlando de Il legame del drago, il fantasy è sempre stato un genere più rivolto ai lettori, che non alle lettrici, e questi esperimenti di commistione fra il romanzo rosa e il fantasy moderno non sempre trovano il consenso del pubblico. Si tratta di un equilibrio fragile, che si può perdere in fretta, dando troppo spazio all’una o all’altra faccia del romanzo. A complicare ulteriormente la convivenza di questi due aspetti, c’era la scelta dell’autrice di attingere a un folklore diverso da quello anglosassone, che da sempre fa la parte del leone nel fantasy. La trama del romanzo, e dell’intera serie, si dipana attorno alla famosa profezia maya sulla fine del mondo del 21 dicembre 2012, ed è proprio a ciò che sappiamo di questa civiltà precolombiana che Andersen attinge per creare il proprio universo secondario. Io, da parte mia, conoscevo pochissimo dei costumi, della religione e delle tradizioni dei maya, e seguire l’autrice, documentandomi e facendo ricerche, mi ha richiesto molto tempo, ma in cambio mi ha fatto scoprire una civiltà straordinaria.
Ma il romanzo di Andersen non è ambientato in un lontano passato, ma in un mondo contemporaneo, nel quale l’antica razza dei Custodi della Notte veglia ancora sul destino dell’umanità e sulle forze oscure che minacciano la fine del mondo, prevista per il 21 dicembre 2012.
La storia, e con essa anche il linguaggio, di Nightkeepers narra la difficile coesistenza fra un’antica razza di maghi guerrieri, con le sue tradizioni fuori dal tempo, e il nostro presente, con il suo scetticismo e la sua incredulità. E questa coesistenza si esprime perfettamente nell’uso di diverse categorie di nomi: quella dei comuni cittadini americani del ventunesimo secolo; quella dei Custodi della Notte, i cui nomi sono rimasti fedeli a quelli della tradizione; quella di coloro che, pur facendo parte dei Custodi della Notte, hanno cambiato nome per inserirsi nella società contemporanea, scegliendo una versione moderna di quello che era il loro nome all’interno della comunità d’origine.
Un grande lavoro per la traduttrice qui presente. Di cui, se vorrete, vi parlerò presto nel dettaglio.

È passato un anno intero dalla sua pubblicazione, ma parlando  de La fiamma della passione (il cui titolo italiano punta molto di più sugli aspetti romance, tralasciando l’imponente lato fantasy dell’opera) riesco ancora a dilungarmi e a farmi prendere da tutte le sfaccettature e le difficoltà che hanno reso indimenticabile, per me, questo progetto.

Voglio essere un ninja

Tradurre non è come lo immaginate. Chiudete gli occhi e magari vedrete una donna con i capelli arruffati, che sbuca appena con i suoi occhiali, nascosta dietro quattro dizionari, un monitor e quelle dieci tazze sporche sulla scrivania. No, non ci siamo. Cioè, sì, in realtà c’è anche tutto questo, ma non solo. Voi non vedete dentro! In realtà quella donna sta vivendo una pericolosa avventura fatta di ponti di legno che traballano sui dirupi; di dittatori da spodestare; di ometti piccolissimi da rimettere al mondo; di intere isole conquistate un granello di sabbia alla volta. Non c’entra la trama: è l’equilibrio fra le parole a significare avventura; le sfumature di una lingua che parla di colori che non abbiamo; la complessitàtranslators_ninjas di concetti semplicissimi; tutti quei giochi di parole che la notte la tengono sveglia, come i pezzi di una mappa del tesoro da riordinare… E poi, in aggiunta a tutte queste prove difficilissime, c’è l’aspirazione all’abilità massima, la più difficile: l’invisibilità. I libri del traduttore invisibile sembrano nati spontaneamente in libreria, senza notti in bianco, senza conflitti, senza bozze bagnate di sudore e caffè. Sembrano shuriken che sfrecciano nel buio, fra le foglie della foresta, lanciati da un ninja che nessuno vede e che lavora nell’ombra.
Si parla tanto (anche se non abbastanza) dell’importanza del ruolo del traduttore e della necessità di sensibilizzare il pubblico alla sua presenza e al suo lavoro, e sarebbe un grave errore se, in questo senso, auspicassi la nostra invisibilità, ma ciò a cui mi riferisco è tutt’altro. Questo è un mestiere parecchio ingrato, perché il fruitore si accorge di avere davanti una traduzione solo quando questa contiene un errore che interrompe la sua sospensione dell’incredulità e lo riporta alla realtà. Non c’è spazio, nell’immaginario collettivo, per il bravo traduttore, e non perché il pubblico sia irriconoscente, ma perché nessuno nota la presenza della traduzione, se questa è ben fatta. Il traduttore sa che la sua è una missione senza onori e senza gloria: leggendo una buona traduzione, spesso si tessono le lodi dell’autore per il suo romanzo “ben scritto” e si dimentica che c’è stato un altro passaggio nel mezzo. Il traduttore bravo è quello che muove i fili nell’ombra, che trova soluzioni brillanti a problemi di cui il lettore non si accorgerà mai.
Chiudete gli occhi e ripensateci: forse quella donna con gli occhiali e la tuta, circondata da libri e tazzine sporche, in realtà è un ninja.