EPIC FANTASY AND AUTHOR BRANDING

Un’interessante riflessione (applicata al fantasy, ma applicabile a tutti gli altri generi letterari) sull’importanza del branding nel mercato editoriale.

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Branding is important. It’s important in the commercial world of buying and selling. It’s important in politics. Religions have been doing it for thousands of years. Sports stars do it. Your local bakery does it. But what about epic fantasy authors?

First of all, what is branding?

A brand is something that represents a product. It might be a gimmicky logo, or perhaps a pithy catchphrase. More often than not, it’s both at the same time. Whatever it is, the best ones have an instant recognition factor. You see it, and it invokes a feeling for the whole product: what it stands for, how it’s different from its competitors and what it means to you emotionally.

There are two sides to this, which are often confused. The brand, and the brand experience. The two work together, and the more seamlessly they do so, the better the results.

S0, the…

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Il traduttese

Il processo mentale che da un testo nella cultura emittente producesse un testo nella cultura ricevente, senza attraversare una fase intermedia di trasformazione in materiale mentale poi riconvertito e riverbalizzato, non sarebbe traduzione testuale, ma creerebbe un prodotto di scarto di cui a volte si percepiscono le tracce in quello che viene chiamato “traduttese”.

Do it like a bandaid: one motion, right off! itsover
Rapido come un cerotto, uno strappo e via, perché faccia meno male. Non saprei dire quante volte l’ho sentito. Un personaggio consiglia a un altro di affrontare l’imminente situazione dolorosa come se fosse un cerotto da strappare. Si tratta di un concetto ormai diffusissimo, riproposto spesso con disinvoltura, come se facesse parte delle metafore a cui la nostra cultura ricorre da sempre. In realtà, se spegniamo la tv, se smettiamo di leggere libri di autori stranieri, se non giochiamo ai videogiochi, questa espressione in italiano non è mai esistita. Certo, anche in Italia esistono i cerotti, ma nel nostro immaginario non c’era mai stato spazio per un cerotto che, se strappato con un’unica mossa decisa, avrebbe simboleggiato il modo migliore per affrontare vicende dolorose e separazioni sofferte. Per esprimere un concetto similissimo, tanto simile da poter essere, in sede di traduzione, tranquillamente sovrapponibile all’originale, in Italia abbiamo sempre detto Via il dente, via il dolore. Ma credo che presto non lo ricorderà più nessuno.

Lo chiamano traduttese, o doppiaggese, ed è quel linguaggio che i miei colleghi (e mi chiamo fuori non per superiorità, ma perché non ho una carriera sufficientemente lunga alle spalle da permettermi di essere responsabile) hanno creato nell’importare prodotti stranieri, letteratura, cinema, videogiochi, fumetti, serie televisive… Ho sempre pensato che il traduttese nascesse da scelte pigre, da una scarsa riflessione, dalla fretta forse, ma soprattutto dall’errata convinzione che l’immersione nella cultura straniera di cui il traduttore si nutre quotidianamente sia una caratteristica comune a tutti i suoi compatrioti, che tutti conoscano gli usi e i costumi altrui e che, quindi, a conti fatti, la traduzione sia un passaggio obbligato e un po’ inutile, una trasmissione, una corrispondenza di parole, più che di contenuti. Perché se io conosco la cultura e i modi di dire degli Stati Uniti (che useremo come esempio solo perché più grande esportatore mondiale di prodotti di intrattenimento), una traduzione letterale a volte mi sarà sufficiente. Magari non sarà una soluzione elegante, ma mi basterà a capire. Il problema è che spesso non è così. Il pubblico italiano è estremamente eterogeneo, e nell’individuazione del target dell’adattamento di un telefilm che va in onda in prima serata non si può trascurare la grossa fetta di pubblico che giustamente si aspetta una traduzione ben fatta perché non conosce l’inglese. In realtà, il processo è ancora più complesso, perché, come accennavo qualche riga fa, la continua evoluzione delle lingue è un vantaggio pericoloso. Fino a quando alcune espressioni tipiche del traduttese resteranno innaturali? Dopo tanti anni in cui per dirsi addio John e Jane saranno sbrigativi, come se dovessero strapparsi un cerotto, persino la sessantenne zia Elisa avrà smesso di farsi domande su cosa vuol dire quella espressione e su quanto sia strana in italiano. Zia Elisa in tv non si aspetta più di trovare l’italiano: lei guarda i film in doppiaggese.
Per i giovani, il processo sarà ancor meno doloroso all’apparenza, ma ben più deleterio: fin dai tempi di Non è mai troppo tardi, l’italiano medio impara a parlare la propria lingua attraverso la fruizione dei programmi televisivi. Visti in quest’ottica, il traduttese e, soprattutto, il doppiaggese sono armi pericolose: insegnano e dettano la norma, importano frasi da divo di hollywood e metafore nuove, che ci entrano in testa senza passare dal via, senza passare dal bagaglio di cultura che ci portiamo dietro. Dal nulla all’ovvio in poco più che un paio di film.
Rapido come un cerotto, appunto.


Cfr. Osimo B., Manuale del traduttore: guida pratica con glossario, Hoepli, 2004: 95.

Il legame del drago

il-legame-del-drago-harrison-fanucciIl fantasy non è una passione della prima ora, per me. È un genere che ho studiato, prima di innamorarmene, ed è stato proprio lo studio a farmelo apprezzare. Adesso è uno dei campi nei quali, in traduzione, mi sento più a mio agio e mi muovo meglio, ed è una fortuna che negli ultimi anni questo genere stia vivendo una nuova primavera. Certo, come in ogni caso simile, anche il ritorno alla ribalta del fantasy è stato favorito dalla commistione con un altro genere, in particolare con uno che da sempre si sposa bene con ambientazioni fantastiche e grandi avventure: il romanzo rosa. Tutti ricordiamo i romanzi delle vecchie zie, pieni di pirati impavidi e passionali, canaglie da domare e avventurieri dal cuore tenero. È un po’ come se fino a oggi i due generi fossero rimasti divisi da un solo, piccolo passo, e adesso le scrittrici di romanzi rosa potessero finalmente scatenare la propria fantasia in ogni direzione. Portando con loro le proprie lettrici.
Sicuramente c’è chi, davanti a questa unione, storce il naso. Credo siano principalmente gli uomini e gli appassionati di letteratura fantasy, che non vedono di buon occhio la possibilità che un genere che ospita eroi carismatici, spesso condannati alla solitudine, possa accogliere anche la fragilità, la complessità delle eroine femminili e le loro storie d’amore. Ma ciò che ancora di più mette in cattiva luce questa branca del romanzo rosa (di per sé disprezzato da sempre, perché letteratura di consumo per eccellenza) è la libertà con la quale le autrici del genere si allontanano dai tratti tipici del genere, per reinterpretare il fantasy in una nuova chiave romantica.
Il legame del drago, il romanzo scritto da Thea Harrison che ho tradotto per Fanucci editore, è l’esempio lampante di come l’assenza di un bagaglio di stilemi classici dia la libertà per stravolgerli completamente e dare vita a un universo secondario originale, in cui persino i draghi, creature tradizionalmente antagoniste degli eroi, possono diventare protagonisti, mostrare i propri sentimenti ed essere amati.
All’inizio, Il legame del drago mi ha disorientata. Per me, che avevo studiato più fantasy di quanto ne avessi letto, i tratti tipici del genere erano spesso contraddetti. Perché, se da una parte è ufficialmente vero che l’unica caratteristica fondamentale nel fantasy è la coerenza interna all’universo secondario ideato dall’autore, dall’altra è ufficiosamente reale la ridondanza di determinati temi, che sono (indebitamente?) diventati essenza del genere.
La traduzione dell’immaginario è da sempre un processo delicato, soprattutto quando il folklore e la cultura dei due Paesi che la traduzione metterà in contatto sono fra loro molto diversi. In quest’ottica, anche il ruolo del lettore è importante: se, come abbiamo detto, il fantasy accoglie una maggioranza di lettori di sesso maschile, questo nuovo genere parla a lettrici digiune, che potrebbero approdare al romanzo senza alcuna preparazione su cosa sia, per esempio, un coboldo. Inoltre, la devianza del testo dai temi e dai canoni tipici del genere richiede un’analisi ancora più attenta. Per questo motivo, lavorare su  Il legame del drago, e in generale sulla saga delle Elder Races, è stato divertente, stimolante e faticoso. E sembra che le lettrici abbiano notato l’impegno e la cura che ho dedicato a questo romanzo, perché sta piacendo davvero a moltissime.
Presto dedicherò un post anche a Il cuore della tempesta, il secondo volume della saga. E magari, per quella occasione, cercherò qualche aneddoto che racconti un po’ di ciò che succede dietro le quinte.

“Dove debbo incominciare?”

Il Coniglio bianco inforcò gli occhiali, e domandò: “Maestà, dove debbo incominciare?”

“Cominciate dal principio,” disse il Re con tuono solenne, “e continuate sino alla fine: poi fermatevi.”

La risposta lapalissiana del Re mi è apparsa come l’unica possibile, quando anche io mi sono chiesta da dove partire. La cosa più semplice, la più immediata, è forse quella che funziona davvero: inizierò dal principio. Può essere divertente raccontare da dove tutto ha avuto inizio.
Non ci avevo mai pensato, una volta raggiunta l’età adulta, ma posso dire di aver sempre tradotto. Per anni ho creduto che il mio percorso di traduttrice fosse nato dall’amore per la lettura e per la scrittura, due interessi mai sopiti e che in questa professione trovano una degna compagna di avventure. In realtà, mi sbagliavo: per quanto questi interessi possano procedere intersecandosi e arricchendosi vicendevolmente, io sono diventata una traduttrice perché ho sempre tradotto. Il processo è stato molto più naturale di quanto credessi, considerato che non ho mai scrollato le spalle e scelto la strada più semplice, non mi sono accontentata; l’essere diventata traduttrice è solo uno dei naturali sviluppi di quelli che sono stati i miei interessi fin da piccolissima. È buffo che io non ci abbia mai riflettuto prima, eppure adesso, nitido come se non fosse mai scomparso dai miei pensieri, mi è apparso quel quaderno viola sul quale, per tanti anni, ho scritto le mie prime traduzioni. Principalmente, traducevo canzoni; mi piaceva sapere cosa cantassero i gruppi stranieri, le boy band prima, i cantautori dopo; per me memorizzare i testi e sapere cosa stavo cantando era importante. Le prime traduzioni, inutile dirlo, erano a dir poco tremende: parliamo di una bambina fra i dieci e i tredici anni, che passava i pomeriggi fra i booklet delle sue prime audiocassette e il vecchio dizionario bilingue dei genitori; il mio inglese, paragonato a quello dei miei coetanei in quegli anni, non era affatto male, ma non era di certo sufficiente a permettermi di interpretare correttamente i testi delle canzoni. Al solo pensiero di rileggere gli orrori che scrivevo, arrossisco davanti allo schermo, ma devo riconoscere che è stata una palestra divertente, che si è rivelata utilissima per questa vita.

Questo è stato il principio, il mio inizio. Adesso bisogna continuare.


Cfr. Carroll L., Le avventure d’Alice nel Paese delle Meraviglie, Macmillan & co., Londra, 1872: 178. Traduzione di Teodorico Pietrocòla-Rossetti.